Analfabetismo emotivo: cos’è, da cosa si riconosce e perché è importante

A tavola, qualcuno ti chiede “come stai?” e rispondi “bene”, anche se dentro c’è agitazione, stanchezza, o rabbia. A volte è il segnale di una fatica concreta nel riconoscere, dare un nome e stare dentro al proprio mondo emotivo.

Che cos’è davvero

Quello che di solito viene chiamato analfabetismo emotivo, in psicologia, corrisponde a quella cosa che viene definita alessitimia. Non si tratta di una malattia mentale, ma di una condizione psicologica che rende faticoso capire cosa si sta provando e ancora di più riuscire a dirlo. Le emozioni ci sono, solo che arrivano come un sottofondo continuo che si sente, ma che resta difficile da decifrare.

Il tema ruota intorno a quello che chiamiamo intelligenza emotiva, resa famosa da Daniel Goleman: in pratica, la capacità di accorgersi di ciò che si prova, e di ciò che provano gli altri. Quando questa capacità è un po’ traballante, può succedere di essere attraversati da emozioni forti.

Nella pratica clinica e anche in quella educativa, questa difficoltà viene spesso collegata a traumi infantili, a contesti familiari molto rigidi o soffocanti, oppure a una crescita in cui emozioni come paura, tristezza o rabbia venivano messe da parte.

Da cosa si riconosce

Capire la differenza tra una persona semplicemente riservata e qualcuno che vive una vera difficoltà emotiva non è affatto immediato.

  • Difficoltà a capire cosa prova davvero
    Se le si chiede “cosa provi?”, può irrigidirsi, non sapere cosa dire o rispondere in modo molto generico, con parole come “male”, “strano”, “stress”.

  • Vocabolario emotivo limitato
    Fa fatica a cogliere la differenza tra delusione, tristezza, vergogna, frustrazione o ansia.

  • Scarso contatto con le emozioni altrui
    Fatica a cogliere e interpretare i segnali emotivi delle altre persone.

  • Somatizzazione
    Mal di testa, tensioni muscolari, nodo allo stomaco o stanchezza persistente.

  • Reazioni impulsive o rigidità
    Quando un’emozione non viene davvero riconosciuta, di solito finisce per essere solo scaricata.

Chi sta ogni giorno con bambini e ragazzi, a scuola o in altri contesti educativi, lo vede: quando non trovano le parole per dire “mi fa male” o “mi sento messo da parte”, quel groviglio dentro raramente resta fermo.

Perché è importante accorgersene

Le emozioni ci aiutano a orientarci, come un segnale che arriva prima dei pensieri lunghi. Se non riconosco la paura, magari non mi rendo conto che avrei bisogno di protezione. Se non mi accorgo della rabbia, rischio di non vedere che qualcuno ha superato un limite. E quando la tristezza non la voglio guardare, finisco per trascinarmi dietro un malessere che peggiora.

Le conseguenze possono farsi sentire in diversi ambiti:

  • relazioni che diventano più complicate
  • litigi e contrasti più frequenti
  • tendenza a chiudersi e stare da soli
  • ansia o cambiamenti dell’umore
  • malesseri fisici che tornano spesso

l’educazione emotiva è qualcosa che si può allenare nel tempo.

Da dove potresti cominciare

Una strada sola non c’è.

  • fermarsi almeno una volta al giorno e chiedersi, senza fretta: cosa sento nel corpo, proprio adesso?
  • provare a orientarsi tra poche emozioni base, per esempio rabbia, tristezza o paura
  • tenere un piccolo diario emotivo con parole semplici, anche poche righe
  • cercare letture o audio che aiutino a trovare modi diversi per dire come ci si sente
  • pensare a un supporto psicologico

Gli specialisti ricordano che imparare a riconoscere le emozioni non vuol dire riuscire a gestirle tutte in modo impeccabile.

Redazione Poliambulatorio News

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